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domenica 11 gennaio 2015

E adesso?

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Persino per me che sono refrattaria  a liste di buoni propositi, a bilanci di fine anno… è inevitabile guardare gli ultimi 12 mesi e vedere cosa è successo. Ho seminato? Ho raccolto? Ho distrutto?

Alla fine il 2014 sarà ricordato per l’anno degli addii.

Diversi per natura e per dolore… ma a febbraio ho dovuto scegliere di addormentare la mia amatissima Penny. La prova vivente che si può volere bene ad un animale senza capirlo. La prova vivente che un animale può davvero dimostrare amore anche senza leccarti le mani o scodinzolarti.

Poi anche la cricetina, ma era ormai ultracentenaria si è addormentata. La natura, la vita. Chi sceglie di avere un animale è preparato, o almeno crede di esserlo.

A marzo però, con l’arrivo di Luna e il ritorno di Mara dall’estero, ero felice. Mi pareva che gli anni del sentiero tortuoso e difficile che avevo alle spalle stessero finalmente dando segno di essere stati di grandissimo aiuto.

Poi, questo cosa incredibile, meravigliosa e imprevedibile che è la vita… ti sconvolge di colpo, rimescola le carte, e tu per terra… a raccogliere quelle rimasta, a cercare di rimettere in piedi un castello che non sarà mai piu’ uguale perchè qualcuno parte delle carte se le è portate via… senza chiedere, senza avvisare.

E dopo la disperazione, il ricadere in un buco profondo e buio, ecco che piano piano ci si accorge che c’è ancora vita fuori. Che ci sono le tue figlie, le persone che ti vogliono bene e un mondo tutto da scoprire.

Per un colpo di fortuna cambi anche sede di lavoro e torni “ a casa”, dove hai iniziato a lavorare, dove tutti ti conoscono per nome e conoscono i nomi delle tue figlie. Dove ti hanno visto sposarti, crescere una panciona enorme con tua figlia maggiore dentro… dove quelli che credevi per la maggior parte fossero solo “clienti” ti hanno abbracciata e baciata facendoti sentire davvero bene. Come se 15 anni di distacco quasi non si fossero sentiti.

Ma salutare prima di Natale due persone alle quali voglio molto molto bene, è stato davvero un dolore enorme.

Lo faccio qui, con voi che mi seguite: G. non ti dimenticherò mai per quanto ti sei sempre preoccupato per me. Felice se ero felice, e preoccupato se non stavo bene. E a te, zia T., non ho conosciuto persona più dolce e buona. Sorridente anche quando raccontavi di qualcosa che non andava bene. E cuoca meravigliosa… la tua essenza si trasmetteva a quello che cucinavi. Ricordo pranzi con tavolate di cugini a mangiare lessi, pearà, cacciagione, polente…. un abbraccio sorridendo… come facevi sempre tu.

Chiudere questo anno “degli addii”, non vuole dire che non abbia portato diverse cose buone.

Ad esempio una consapevolezza nuova delle mie emozioni. Una sorta di accettazioni, dopo anni di negazione. Mica poco…. Un rapporto più adulto con la mia figlia più grande, e un lasciar correre le cose di minor importanza.

E il 2015 come sarà? Un po’ di cosa ci metterò… e un po’ di quello che verrà!

Che caso…. oggi il mio papà compirebbe gli anni…. avrebbe una torta fatta in casa, dei regali, i bigliettini disegnati dai nipoti le cui voci (e grida e liti) riempirebbero l’atmosfera. E saresti ancora un bell’uomo come eri.

venerdì 5 settembre 2014

La panchina per festeggiare


la panchina
 
Cosa vi chiederete? Il mio compleanno!!
Proprio oggi… compio mezzo secolo! Allora siete invitati a sedervi qui e a mangiare una fetta di torta che non deve mancare… eccola qui!
 
     (foto presa qui)
 
Voglio festeggiare le vite passate e le vite future che sono sicura arriveranno. Gli affetti che mi circondano, e che danno un senso alla mia vita e alle battaglie che quotidianamente combatto. Chi sceglie ogni giorno di volermi bene, chi è passato e a un certo punto ha cambiato strada.
 
Festeggio la donna che sono, la madre, la figlia, la sorella, l’amica, la collega. Sicuramente imperfetta ma “piena”, non ho mai saputo vivere “leggera” anche se a volte farebbe davvero comodo. Ho sempre scelto l’altra strada. Quella in salita, quella dove non si vede mai dopo la curva o dopo la cima della collina… ma che prima o poi ti porterà ad un traguardo meraviglioso… o forse la strada è già il traguardo.. chi lo sa!
 
Festeggio il mio coraggio insieme alle mie paure. Senza vergogna. Festeggio me che ho finalmente ritrovato una parte perduta…. e ho pagato perdendo dell’altro. Festeggio perchè questo compleanno mi ha sempre fatto paura ed ora che ci siamo invece sono contenta. Non vedo l’ora di ricevere tanti auguri, di accogliere l’amica che si è presa un giorno di ferie per festeggiare con me e di andare a cena con poche ma sceltissime persone. E poi, sabato, festa in famiglia con mega-torta!
 
Festeggio perchè 50 in fondo… è solo un numero!!
 
E se avete letto fin qui…. avete anche già finito la fetta di torta!
Grazie di avere festeggiato con me!!!

sabato 5 ottobre 2013

Di creature reali, creative e virtuali


I miei post "seduta" sulla panchina rossa non arrivano mai improvvisamente.. maturano dentro per settimane, mesi... anche anni e poi "devono" trovare spazio. Il pensiero fa la sua strada... anzi più d'una. Parte in quarta, si arresta.. sbaglia, torna indietro.. e alla fine prende una forma definita.. non definitiva, badate bene, perchè ho imparato che non ci si può imporre di essere in un dato modo per sempre. Non è nella nostra natura. Chi lo fa o crede di farlo.. o si sbaglia o si costringe dentro ad una gabbia.

Questa premessa doverso, per fare alcune considerazioni sulle persone o meglio sugli "ambienti" che frequento nel web. Su questo insieme di persone tanto diverse e tanto lontane che ho conosciuto da quando ho aperto il mio blog, da quando mi sono iscritta all'ASI, da quando anche sui social network interagisco con persone che hanno la mia stessa passione per ciò che è creativo.
Posto che da alcune di queste conoscenze virtuali sono nate conoscenze personali ed amicizie vere... il nocciolo della questione è un altro.
Chi mi conosce bene mi ha già sentito dire questo: "il mondo dei "creativi", (in questo caso parliamo del mondo virtuale naturalmente) altro non è se non un campione del mondo reale".
Quindi smettiamo di fingere di essere tutti ben disposti verso il prossimo, tutti pronti alla comprensione, alla condivisioni, alla tolleranza. Non è vero.
Ci sono incomprensioni, antipatie, malintesi... proprio come nella vita di tutti i giorni e con le persone che incontriamo fisicamente uscendo dalla porta di casa.    
E' impossibile andare d'accordo con tutti, è impossibile andare a genio a tutti. Esiste un'aggravante... anzi due. 
La prima è che c'è chi riesce via mail o via commenti o via post   ad osare come mai farebbe avendo una persona davanti fisicamente. Il pc fa da scudo, da barriera. tutto sommato si può essere "cattivi" rimanendo protetti.
L'altra è che la mancanza di un contatto visivo "fisico" impedisce di chiarirsi bene. Il che è anche peggio.
Volete mettere una bella litigata con un collega o con la vicina di sopra che annaffia i fiori sul vostro bucato?? 
Nel web è tutto più infido, più sottile.... si possono seguire "litigi", o malumori saltare di blog in blog, di lista in lista, di post in post, di messaggio in messaggio.
Ammorbano, è proprio il termine adatto, qualcosa che dovrebbe essere amore per il "creare"... apprezzamenti per un lavoro o anche critiche, perchè no. 
Io lo trovo molto triste. Parlare al mondo - perchè di questo si tratta - di un sentimento contrastante verso una persona o una categoria di persone senza avere il coraggio di dire con chi si è arrabbiati e perchè, o magari verso i diretti interessati.... Seminare qua e là tracce di un malessere (magari anche legittimo) al solo fine di sfogarsi credo, di dare spazio al proprio sentimento in mancanza di un contatto e quindi di un coraggio palpabile... con messaggi apparentemente innocui. Apparentemente. Appunto.
Come "apparente" è ciò che si vede sullo schermo del computer. 
Le persone reali e vere sono un'altra cosa ed affrontano le cose in un altro modo.
Per fortuna, aggiungo io.

giovedì 15 agosto 2013

Una panchina “salvavite”


la panchina

Un titolone vero? ma se troverete 5 minuti per sedervi sulla mia panchina a leggere capirete che (purtroppo o per fortuna) questo è vero.
Premetto che sono mesi che devo fare questo post, mesi che ho in borsa una fotocopia fornita dalla mamma di un alunno della scuola che frequenta Alice che parla di questo argomento: le MANOVRE DI DISOSTRUZIONE PEDIATRICA.
 
Stasera alla Tv, a Superquark, c’era proprio un servizio su questo argomento, importantissimo e sul lavoro di diffusione di queste manovre a cura del dottor Marco Squicciarini e quindi ho dovuto decidermi. Dovuto, perchè, come vi dirò in seguito per me e per la mia famiglia è un argomento che riporta ricordi molto “pesanti”.
 
E’ capitato a tutti di trovarsi davanti a un bambino o un adulto con qualcosa che si è bloccato nelle vie respiratorie, un boccone, un rigurgito di latte o peggio… un piccolo oggetto. Nella maggior parte dei casi tutto si risolve con un grande spavento… ma a volte le cose si fanno molto molto serie. Fino a conseguenze terribili. Esistono però delle cose che possiamo imparare per provare a sbloccare la situazione facendo le cose giuste ma soprattutto evitando di fare delle cose assolutamente pericolose anche se istintive. 
Il sito da visitare è questo: http://www.manovredisostruzionepediatriche.com/
 
Il dottor Squicciarini sta portando avanti un’opera di informazione presso scuole, enti, comunità, per diffondere queste semplici nozioni che possono però davvero salvare delle vite.
 
Vi invito DAVVERO a visitare il sito, c’é la possibilità di avere del materiale (opuscoli, CD) utilissimo a tutti indistintamente. Fatelo anche se non avete bambini, anche se pensate di sapere già cosa fare, anche se credete che la possibilità che capiti a voi o a qualcuno vicino sia remota. Perchè questo non è VERO.
 
Alla mia famiglia è successo. Ad Alice è successo all’età di 23 mesi.
 
Per questo io ci tengo moltissimo. Per motivi diversi dalla nostra conoscenza di queste manovre Alice ora è con noi, ma il 16 giugno del 2006 ha ingoiato una forcina per capelli in metallo con un fiorellino.
 
Io vorrei evitare la cronistoria angosciante di quella sera, della notte e degli 8 giorni seguenti… dei primi terribili momenti… del grido di mio marito quando nostra figlia ha ingoiato la molletta (che sfido chiunque a mandare giù! lunga 5 cm con un fiorellino di 1 cm di diametro), dell’altra mia figlia che chiamava il 118. In realtà io avevo letto qualcosa al riguardo… e ho tentato una mezza manovra evidentemente non troppo efficace… poi mio marito ha fatto quello che NON bisogna fare e cioè tentare di estrarla con le dita… fatto si è che per fortuna mia figlia piangeva e urlava (credo più per le nostre grida che per altro) e respirava naturalmente e questo mi ha un minimo… dico un minimo, fatto sperare.
 
Poi è stata tutta un’attesa… prima l’ambulanza, poi un’altra più attrezzata… poi al Pronto Soccorso (tutte le brutte parole che conoscete rivolgetele pure a qualcuno che quella sera ci ha fatto aspettare quasi 2 ore per una radiografia leggermente urgente… lasciandoci in coda rispetto a persone con diagnosi assolutamente meno serie e che si erano offerte di lasciarci il posto per le radiografie), poi al tentativo di recuperare l’oggetto in endoscopia… ore eterne. Dopo 5 ore di ospedale mi hanno restituito la mia piccolina anestetizzata e con la molletta ancora in pancia perchè i due tentativi erano falliti e l’oggetto era sceso in “sede digiunale”. Era avvolta in un telo da sala operatoria verde ricordo, erano le 3 di notte… ci hanno portato in reparto e per rassicurarci ci dicevano “vedrete che domani esce naturalmente..”. Ma loro non conoscevano il metabolismo di mia figlia mentre noi si.
 
E per chiudere questo resoconto velocemente, dopo 8 giorni di attesa (di clisteri…) ma soprattutto di paura che questa molletta, che aveva anche degli spigolini appuntiti, potesse danneggiare qualche organo o tessuto all’interno o  si bloccasse in un punto dell’intestino dove questo si restringe o fa un’ansa particolarmente stretta… (sinceramente non ricordo)… ebbene la molletta è uscita per l’unica via possibile a quel punto… ed evitando l’intervento chirurgico che ormai era quasi scontato.
 
MAI scorderò l’espressione di mio marito, che aveva ispezionato l’ennesimo pannolino, con le lacrime agli occhi e la molletta in mano che mi gridava “è uscita!!”
 
A noi è andata bene…alla fine. Ma non perchè all’epoca fossimo preparati, fortuna, destino, io non ve lo so dire… però adesso io so cosa si deve e cosa non si deve fare. E credo tutti noi dovremmo saperlo.
 
Certo la conoscenza di tutte la manovre mediche di emergenza non ci da’ certezze scritte… ma almeno sapremo come è giusto agire.

Vi lascio anche questo link, i video sono ben fatti:
http://www.happyfamilyonlus.it/component/allvideoshare/video/latest/disostruzione-bambino.html
 
Per questo ho scelto di raccontare (parte di) quello che ci è successo. In realtà è un avvenimento molto intimo che ha lasciato un segno in tutti noi 4, anche in Alice che era così piccola. Se lo leggete è perché la volontà che a nessuno capiti o di limitare le conseguenze è più forte di quella di preservare la  privacy della mia famiglia in quel frangente.
 
 

lunedì 25 febbraio 2013

che delusione…

la panchina
Sono cresciuta con un padre sindacalista (per il poco tempo che gli è stato dato di vivere), un uomo certamente non perfetto ma che aveva fatto del dialogo e della disponibilità ad ascoltare TUTTE le voci la sua bandiera.
E sono quindi arrivata all’età adulta con la convinzione che il MODO di porsi, le parole usate, il tono oltre che la vera volontà di ascoltare anche opinioni diverse dalla mia fossero ESSENZIALI.
Falso. Già da tempo noto che esiste una larghissima parte di persone che se ne frega del modo in cui ti risponde. Che ha un’idea diversa e questo – per assurdo – non è nemmeno più il problema principale. Perchè da punti di vista diversi possono nascere soluzioni ideali per tutti. O quanto meno vicine alle esigenze di tutti.  
Ma dalla maleducazione o dalla mancanza di apertura NON può nascere nulla.
Da mesi questa cosa mi angoscia… ma oggi ho deciso che io comunque proseguirò nel mio modo di esprimermi e di agire.
Quindi a queste persone ho da dire:
chi la pensa diversamente da me può certamente affrontare un dibattito e nelle mie intenzioni c’è di continuare  a mantenere toni educati e pacati. Ma non riuscirete a far valere la vostra idea solo perchè il vostro modo di esprimervi/scrivere è secco ed estremamente irritante. Adolescenziale addirittura in certi casi. O strafottente. O aggressivo.
Siete voi ad avere dei problemi nel dialogare con me (e non solo con me ritengo), non il contrario.
E detto ciò……. non è escluso che – con educazione – non chieda a qualcuno di andare… fuori dal mio raggio di azione.. diciamo così!! 

giovedì 20 dicembre 2012

La panchina e la CIGS

 

la panchina

E’ tanto che non mi siedo qui. Si sa, quando le cose pian pianino si sistemano, ci si guarda meno dentro.

Si recupera il tempo che è mancato per fare, per andare, per essere e lo “stare” passa in secondo piano. Ma io starò più attenta a non ricadere nel tranello.

Per chi si chiede cosa sia la C.I.G.S., cliccando sul nome troverete una spiegazione ufficiale, io in breve vi dirò che è una forma di cassa integrazione straordinaria, concessa dopo un determinato iter per aziende in gravissime difficoltà.

Azienda che occupano, anzi occupavano uomini, donne, con bisogni e sogni. Il bisogno di portare a casa uno stipendio ed il sogno di una vita serena, un futuro per i figli, chi un matrimonio, una casa propria.

Ecco, con la CIGS i sogni sono spariti da tempo… I bisogni restano. Ma resta anche un sentimento che io fatico a descrivere ma che ho “letto” negli occhi, nelle parole, negli sguardi, di chi si è seduto nel mio ufficio per la pratica di anticipazione. (Non sto qui a spiegare.. non è importante).

Di chi mi ha raccontato che da GENNAIO ha preso un solo stipendio ed è sempre andato a lavorare. Perchè spera che la società si risollevi, che entrino capitali nuovi, perchè sono 18 anni che ci lavora, perchè “Sa, è leader mondiale nel suo campo questa società!” con orgoglio, perchè naturalmente sarà anche in parte merito suo e dei suoi colleghi se è arrivata a tali livelli.

Di chi mi riporta le parole del “delegato sindacale” come fossero legge (e badate bene che io sono figlia di un sindacalista, non minimizzo il loro ruolo). Di chi si aggrappa a un fascio di moduli ripetitivi e “stupidi” per avere una parte di stipendio pagata dall’INPS.

La crisi oggi era seduta davanti a me… negli occhi lucidi di queste persone. Nel tic nervoso del piede che pesta ritmicamente per terra, nella spavalderia di chi ritiene di sapere cosa devo fare io, (ma questa volta passi…).

Non che anche vicinissimo non ne abbia vitttime… anzi. Ma con le persone che conosci bene è diverso… queste persone per me sono perfetti estranei… ma io sono uscita per la pausa caffè con il groppo in gola.

Io non lo so se andrei a lavorare senza stipendio. Sono sincera.

Ma questi uomini si.

Signori ricordiamoci che anche QUESTA è  l’Italia. Questi sono gli italiani. Si, non tutti sono così, certo. C’è chi ruba, chi pensa solo al proprio profitto calpestando tutti gli altri. Ma io voglio sperare che le cose cambieranno. Cambieranno perchè ci sono persone così, che per provare a salvare la azienda per la quale lavorano vanno a lavorare SENZA STIPENDIO. E che hanno paura persino di non riuscire a prenderla la CIGS.

A loro si bisogna augurare un 2013 senza CIGS, senza licenziamenti e con un’economia in ripresa.

Così che possano tornare i sogni.

sabato 18 febbraio 2012

Di incontri e di addii

 

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Io sono una “visiva”. Le emozioni, le sensazioni, le persone dentro di me si trasformano in immagini. A volte riesco a visualizzarle, altre volte le percepisco ma restano nascoste.

Questo per dire che ho per anni immaginato la mia vita come una strada di campagna, diritta, da percorrere avendo a fianco le persone a me più care. Schierati ai miei lati.

In realtà la mia vita non è stata una soleggiata passeggiata per una strada di campagna. Non lo è quasi per nessuno. Ma soprattutto non è stata e non sarà così poco popolata.

La quotidianità è ricca di incontri e di conseguenza di addii. Persone che per un motivo o un altro fanno un tratto di strada con me, vicino o lontano, di fianco, dietro, seduti  ai bordi.

Ci sono le persone che hanno condiviso la mia “gioventù”, compagni/e di scuola alcuni persi e poi ritrovati dopo anni ed ora ancora vicini. Ma ci sono presenze meno scontate.

Per 15 anni ho fatto colazione nello stesso bar, alla stessa ora. Per anni ho visto tutte le mattine le stesse persone, scambiato poche parole ma che nel tempo hanno fatto nascere una conoscenza, una simpatia. Alcuni erano pensionati che alle 8 erano già in piedi da qualche ora, altri operai, professionisti.

Naturalmente non sono stati gli stessi per tutti quegli anni. Sono cambiati. Qualcuno ha semplicemente cambiato bar, qualcuno posto di lavoro, qualcuno ha lasciato questo mondo.

E poi ci sono i colleghi. Nel mio lavoro si cambia sede ogni tanto, dipende. Oppure se hai la fortuna (o sfortuna… a seconda dei casi) di rimanere fermo, cambiano i colleghi intorno a te.

E così trascorri  anni con qualcuno che vedi tutti i giorni lavorativi. Qualcuno che ha una famiglia come te, che come te arriva con il suo bagaglio di pensieri, gioie, dolori, preoccupazioni, aspettative. C’è chi si sposa, chi si separa, chi aspetta  un bambino, chi soffre per un lutto. Chi gioisce con te quando sei felice, e cerca di dimostrarti che ti è vicino se sei giù.    Chi aspetta una diagnosi, chi una promozione. E tutti i giorni ognuno porta in ufficio il suo pezzetto di vita.

Io sono stata molto fortunata. Ho incontrato pochissimi colleghi che preferisco non ricordare, molti che sono passati senza lasciare traccia ma anche molti che invece mi hanno dato qualcosa, qualcuno mi ha dato moltissimo. Con qualcuno ho combattuto battaglie di lavoro e personali, fianco a fianco, tutti i giorni. Ognuno con i suoi limiti, ognuno con le sue qualità.

Ecco. Quando è il momento di salutare uno di questi amici, bisogna avere il coraggio di dire che sì, è vero, è inevitabile, la quotidianità non sarà più la stessa. Voglio pensare che ci siamo “trovati” per un periodo e non che ci perderemo per sempre. Quello che abbiamo raccolto insieme rimane con noi. E’ una fortuna avere fatto un pezzo di strada con voi. Grazie. 

giovedì 8 dicembre 2011

Non tutto il male vien per nuocere…

 

avrei dovuto scrivere non tutto lo “spiacevole” a dire il vero.

Qualche settimana fa, andando al lavoro (eh lo so capita tutto in quei 15 minuti pari a 6 km), ho quasi involontariamente investito un ciclista.

Per accedere al parcheggio si passa un incrocio con una bruttissima visuale. Io rallento sempre (da quando sono mamma sono molto prudente giuro), guardo lo specchio messo apposta per verificare chi arriva dalla strada laterale, non c’è nessuno e riparto.

Dallo specchietto e dalle grida che sento noto che un giovane uomo in bicicletta arrivava proprio da quella strada ed evidentemente aveva dovuto frenare per non venirmi addosso. Ma vi giuro, non l’avevo visto. O era così vicino al ciglio della strada che lo specchio non poteva inquadrarlo o proprio non l’ho visto io.

Io alzo una mano come per scusarmi (ed ero veramente dispiaciuta), lui prosegue per un’altra via  e io vado a parcheggiare.   Scendo dall’auto 30 secondi dopo l’accaduto e me lo trovo davanti. Lui un po’ agitato ma non aggressivo mi dice “Non mi hai visto vero?” Io: “guardi, non so come scusarmi ma assolutamente no, non l’ho vista” (che a me questo darsi tutti del tu sempre non piace…..per niente!!!!!!!!!!!). E lui “Devi stare più attenta!”. E io “guardi meno male non è successo niente. Le ripeto le mie scuse”. Lui va via.

Ora – fin qui – niente di che. Io proprio non l’ho visto. E comunque invito tutti i ciclisti che girano per i centri abitati alle 8 del mattino in inverno ad evitare vestiti grigetti-marroncini e magari usare una bici con fanale… così a scopo precauzionale. Poi se vogliono indossare una bella giacca rossa, arancio, gialla meglio!

Al parcheggio trovo sempre un uomo, extra-comunitario, potrebbe essere marocchino, tunisino… che vende fazzoletti, calze (a peso d’oro) o guadagna qualche euro indicando i posti liberi quando il parcheggio inizia a riempirsi. Lui mi saluta sempre e io ricambio scambiando 2 parole ma proprio 2, sul tempo, sul traffico, cose così.

Bene quest’uomo.. vedendo cosa succedeva si eraavvicinato alla mia auto e aveva assistito alla scena.

Quando sono rimasta sola mi ha guardato con aria interrogativa ed un impercettibile segno del capo come a chiedere cosa fosse successo. Io in brevissimo gli ho detto che all’incrocio sotto al parcheggio ero passata senza avere visto il ciclista, ma proprio non l’avevo visto. (Ero davvero mortificata perchè sono sempre attenta, mi fermo ai passaggi pedonali, attendo pazientemente che  gli indecisi, i lumaconi, tutto il mondo faccia le sue manovre e fare male a qualcuno così… sarebbe stato troppo!)

Quest’uomo, con a tracolla la sua borsa di fazzoletti e calze,  mi ha dato una leggerissima pacca su una spalla  e ha biascicato qualcosa che doveva essere un “su, su, non è successo niente”.

Voi capite la “stranezza” di questa cosa (non è il termine adatto ma non me ne vengono altri ora)?

Si dovrebbe pensare (e così è) che anche lui ha dei sentimenti, che mi ha vista dispiaciuta, che mi saluta ogni mattina e ha avuto un gesto carino. Si dovrebbe………e invece perchè a me è sembrato straordinario (nel senso di fuori dall’ordinario)? Ho  chiuso anch’io fuori dal mio mondo – anche se senza cattiveria -    una parte dell’umanità che lo popola affibbiandole un’etichetta ed ora mi sorprendo se un nordafricano riesce a farmi sentire meglio dopo un piccolo intoppo come questo?

Voi cosa dite?

mercoledì 2 novembre 2011

Piccole meraviglie quotidiane

 

Al  mattino, per andare al lavoro, devo lasciare l’auto in un parcheggio distante circa un chilometro e poi  proseguire a piedi.

All’inizio odiavo quei metri che dovevo fare, un po’ in salita anche, con il freddo, con la fretta…. poi con i mesi ho imparato a godermi anche questa piccola passeggiata quotidiana. E a guardarmi bene intorno.

Allora ho capito di essere fortunata. Oltre che per altri ovvii motivi, perchè io al mattino passo vicino a questo vecchio lavatoio

lavatoio (2)

Qui l’ho fotografato poco dopo che era stato ripulito dalle alghe che si formano. Pensate che se ne occupa un’anziana signora che ancora lava lì i panni (spero non tutti).

lavatoio (3)

A volte la vedo armata di guanti e spazzettone, entrare nella vasca vuota (credo che tappi il tubo 1 o 2 giorni prima per lasciare che si svuoti) e sfregare per bene le parenti di pietra della Lessinia, eliminando le alghe verdi. Così il giorno dopo io lo vedo tutto bello candido.

lavatoio (4)

Mi piace guardare l’acqua trasparente, immaginare quante donne hanno passato ore, con le mani nell’acqua fredda, a volte gelata, lavando vestiti, lenzuola, biancheria… chiacchierando della famiglia, del tempo, del lavoro nei campi.

lavatoio (6)

Ecco io passo di qui al mattino, lo guardo e mi sento meglio. Un po’ almeno. A volte basta guardarsi intorno per scoprire qualche piccolo angolo di quotidiano che può stupirci. A volte invece nemmeno un castello costruito per noi riesce a risollevarci il morale… 

giovedì 4 agosto 2011

La panchina… di Fabrizio

 

 

E’ un po’ che non mi siedo con voi su questa panchina, ma non è che non succedano cose meritino un post… semplicemente deve venire il momento giusto.

 Le cose che scriverò sono vere… il nome del protagonista naturalmente no.

Nel paese dove lavoro c’è una struttura che ospita persone con vari deficit anche psichici. Alcune di queste possono uscire liberamente durante il giorno. Li vedi così vagare per le strade, strisciando i piedi, parlando al vento, curvi, persi nei loro pensieri  o seduti non sulle panchine ma sui marciapiedi, alle entrate dei bar (se glielo permettono), del Municipio, delle banche.

Io ho un amico tra questi. Si chiama Fabrizio (per finta), ha più o meno la mia età ma la testa di un ragazzino… a volte. Passa la giornata chiedendo qualche moneta che poi usa per bere il caffè o per comperarsi le sigarette. Sembra un po’ un gigante buono… cammina incerto quasi sempre su delle ciabatte, le sue dita sono ricurve, quasi paralizzate… mi aspetta al pomeriggio sulla porta della banca… parte chiedendo “Cristina.. ascolta… dammi 2 euro”, allora lì inizia il gioco…”No 2 euro… ma scherzi… ti ho dato qualcosa anche ieri…” alla fine si patteggia… dipende. Se devo stare assente sto più abbondante, se è lunedì  e mi aspetta tutta la settimana cerco di giocare al ribasso. Io in compenso gli ho chiesto di procurarmi dei santini del Papa (non per me!) e lui è da 6 mesi che dice che li ha pronti in camera…. ma non li ho ancora visti!

I responsabili della struttura ed anche alcuni tra i miei colleghi dicono che non bisognerebbe, che hanno tutto quello di cui hanno bisogno all’istituto, che fanno male i caffè e le sigarette. Io penso invece che la vita gli abbia già fatto così male che le sigarette non potranno fargliene di più.

A volte mi viene incontro piangendo… magari qualcuno lo ha ripreso all’istituto o qualcuno lo ha preso in giro. Allora mi fermo con lui, gli parlo, lo rassicuro. Ma dura un attimo……. poi ricomincia a chiedere i soliti 2 euro e riprende la routine.

Qualche pomeriggio fa sono arrivata in anticipo e mi sono seduta sui gradini con lui, mi ha raccontato che forse venivano dei parenti a trovarlo allora mi sono raccomandata che si vestisse bene, che si facesse la barba… Poi quando ha ricominciato a chiedere i soldi gli ho chiesto quanti ne avesse in tasca, lui ha fatto una risata roca, profonda… e mi ha risposto in dialetto “ ‘na bruscà”, che in italiano potrebbe essere “una manata piena” circa. Io ho riso con lui e gli ho chiesto se potevo stare lì seduta fuori invece di entrare a lavorare.

Ma il massimo è successo questo inverno quando me lo sono trovato davanti all’auto all’improvviso, in mezzo alla strada, mentre andavo al parcheggio  e per un pelo non lo investivo. Allora ho tirato giù il finestrino e gli ho gridato “Fabrizio, stai da una parte! Ti tirano sotto!!”, lui si è fermato, lentamente si è girato e mi ha visto. Ha sorriso e mi ha detto “Guarda chi c’è… la Cristina… poverina”. Ecco per lui io sono la Cristina la poverina e forse  nella sua “realtà” la poverina sono davvero io….. che ho tutto. O almeno a vedermi dovrebbe essere così. Lui dice poverina a me, che sono sana, ho una famiglia, una bella casa, perfino un bel lavoro! Non vi da’ da pensare…….. a me si.

E allora grazie Fabrizio, per continuare a chiamarmi Cristina la poverina e per avermi detto mercoledì “Seto Cristina che te voi ben” (Sai Cristina che ti voglio bene)… naturalmente dopo i 2 euro!!!

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mercoledì 3 novembre 2010

La panchina (3)

 

la panchina

Chi ha letto i precedenti post sulla “panchina” (cioè QUI e QUI) deve sapere che ho scoperto una cosa molto “strana”: ho spiato il cognome sul campanello del signore che fumava la sigaretta di fronte alla panchina dov’ero seduta. IL SUO COGNOME E’ IL NOME DI UN ALBERO!!!

E le coincidenze si ripetono………………….voi che ne dite?  

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venerdì 27 agosto 2010

La panchina (2) e la favola di Yamir

Qualcuno penserà che sto andando fuori di testa, l'ho già messo in cantiere. Non mi importa. Poichè resto sempre dell'idea che il caso non esiste o meglio che le cose che succedono (anche per casualità) hanno comunque un senso vi racconto cosa mi è successo questa mattina andando al lavoro, dopo il post di ieri sera.
Vecchioni mi piace da sempre, ho tantissimi CD, mi piace in ogni salsa. Ieri rovistando in auto ho tirato fuori un vecchio CD che avrò ascoltato 1000 volte e l'ho messo sul lettore. Stamattina, partita da casa, il CD riprende la sua musica. Tra le canzoni c'è La stazione di Zima, (che meriterebbe un post tutto suo) bellissima ma estremamente profonda e un po' "triste" per certi versi.... sentita le solite 1000 volte..... ebbene alla fine della canzone Vecchioni legge questa storia che è sempre stata sul CD, sempre di seguito alla canzone e che quindi ha attraversato le mie orecchie almeno le solite 1000 volte. E' questa:



La favola di Yamir Youssef (da R.Vecchioni - La Stazione di Zima)

“Yamir Youssef viveva al Il Cairo, e tutte le notti faceva lo stesso sogno: sognava un uomo, tutto bagnato, che si toglieva una moneta di bocca e gli diceva: - Yamir, la tua fortuna è a Teheran. Tu devi partire, e andare a Teheran. Una settimana, un mese un anno sempre lo stesso sogno, finalmente Yamir prese il fagottino e partì.
Arrivò a Teheran sull’imbrunire, nello stesso momento in cui nella piazza dove si trovava arrivavano dei briganti. I briganti rapinarono tutti, lasciarono tre o quattro morti in giro e scapparono. Quando giunse la polizia c’era solo Yamir, come un fesso, in mezzo alla piazza. La polizia lo arrestò, lo prese a legnate per tre giorni, gli fece perdere 18 kg, e dopo una settimana arrivò il capitano per interrogarlo. Yamir gli disse: - è colpa del sogno. Il capitano lo guardò ridendo e gli disse:- Yamir! Ma tu non devi credere ai sogni: i sogni sono delle falsità, delle bugie…pensa che io è un anno che sogno un giardino con una meridiana, e dietro la meridiana un pozzo, e dietro il pozzo un cespuglio, e dietro il cespuglio un immenso tesoro. Se avessi creduto a quel sogno sarei partito a cercarlo, invece no: è una gran puttanata, non devi pensarci. Ti vedo molto male: adesso ti faccio curare e poi ritorni a casa.Infatti, dopo una settimana Yamir, un po’ ritemprato tornò a casa. Andò subito nel suo giardino, e passò la meridiana, passò il pozzo, passò il cespuglio e trovò il tesoro.“
Voi pensate... che a tutti noi non sia successo o capiterà, come Yamir, di inseguire un sogno, un'idea, di affrontare un periodo nero e alla fine - in un modo inaspettato, o dietro una meridiana, un pozzo, un cespuglio (che sono sempre stati lì a portata di mano) trovare il vero tesoro??
Io sono convinta di si.

giovedì 26 agosto 2010

LA PANCHINA


Questa mattina mi è successa una cosa, e dato che io non credo al caso sono convinta che abbia un senso e molto profondo per questo la metto sul mio blog, per condividerla con voi come mostro le mie cards, o i miei lavori o le mie idee creative.


Sono arrivata al lavoro con 15 minuti circa di anticipo (per trovare parcheggio vicino altrimenti bisogna camminare 8/10 minuti e con questo caldo vorrei evitarlo). Sul marciapiede davanti all'entrata c'è una panchina. Mi sono seduta. E' nella via principale del paese. Ero assorta nei pensieri "pesanti" delle mie mattine... quando non ho fiato, quando ci metto ad ingranare, quando le energie sono estremamente scarse.... da un portone, di fronte a me, esce un uomo che io non conosco. Sessanta anni circa,bianco di capelli, in canotta e pantaloncini... come si fosse appena alzato dal letto. Si appoggia a muro. Fuma una sigaretta. Mi guarda e mi dice "La vedo seria... o è sempre così?" Io rispondo "Ah no, eh che la mattina è un po' dura iniziare...." convinta che la conversazione al massimo volgerà al tempo o al traffico.

"Anch'io - mi dice lui - è per via di queste" e mi mostra la sigaretta. Continua "lo so che mi stanno rovinando i polmoni e non riesco a smettere... e alla mattina è proprio dura. Sono fuori che aspetto l'infermiera dell'assistenza a domicilio che venga a fare un prelievo a mia madre" che quindi deve essere anziana e impossibilitata a muoversi, deduco.

Gli racconto "Avevo iniziato a leggere un libro di un filosofo/pensatore di cui non ricordo il nome il quale sostiene che i nostri vizi li abbiamo coltivati, cresciuti e dato loro forza noi stessi e che allo stesso modo dovremmo riuscire a liberarcene se tentano di sopraffarci o di nuocerci"... lui concorda con me ma mi dice che ha provato per anni e non riesce a farne a meno. "Sa - continua - c'è un po' di droga qua dentro". Si, penso io si chiama nicotina non sarà una droga ma procura sicuramente dipendenza.

Passa tra di noi un signore sui 70 anni, alto, distinto, un po'curvo sulle spalle, con una cartellina medica in mano ed un cappellino con la visiera in testa. Il signore con la sigaretta lo saluta "Ehilà ingegnere... come va?". Risponde scuotendo leggermente la testa "Eh... insomma... avanti finchè si può". Prosegue l'altro "Su, su sono battaglie che bisogna vincere queste...". L'ingegnere sorride amaramente: "Certo che bisogna vincerle... altrimenti..." e prosegue per la sua strada.

Intanto arriva una mia collega abbronzatissima ed elegante ed il fumatore le dice "Ecco qui una bella mora!" (guardando me color latte), lei risponde andando ad aprire "Sono stata al mare!" e taglia corto entrando.

Arriva l'infermiera dell'assistenza domiciliare ed il signore scompare con lei all'interno del portone.


Riflettevo: ho passato 10 minuti della mia vita seduta su una panchina che vedo tutti i giorni ed ho incontrato almeno altre 2 vite, 2 storie, 2 persone ognuna con un passato, un presente,forse un futuro, ognuna con un modo di porsi, ognuna con delle battaglie da affrontare. Ma forse i personaggi erano di più: c'era una donna anziana da curare, forse anche l'infermiera che è arrivata aveva un peso dentro per qualche pensiero, qualche preoccupazione... e alle volte viviamo a una velocità che non ci permette nemmeno di vederle le persone che abbiamo vicino, tantomeno di parlarci.


Non c'è una morale, non è nemmeno un racconto divertente... è quello che mi è successo e a me ha lasciato un segno... nel cuore...